Cerca in Lettere agli Amanti

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venerdì 1 febbraio 2013

Everything Must Change

 
Mentre si riveste, la brutalità della questione lo colpisce con chirurgica certezza. Conosce quella sensazione d'irrimediabile perdita, gli è già accaduto molti anni prima, per avvenimenti assai meno importanti. Non sarebbe eccessivo affermare che l'ha sempre saputo.
Non staranno mai insieme.
"Vai via?"
"Devo, amore."
"Rimani, ancora un poco."
La guarda con in mano la volgarità dei suoi pantaloni da indossare in fretta.
"Ti prego."
Così le si distende accanto, ma lontano, non può evitarlo. Finge tenerezza, sottovalutando, come sempre, la sua capacità di comprendere, di sapere sempre cosa lui senta davvero.
Non può fare a meno di immergersi nei capelli di lei, madre, figlia, compagna e amante. Lei, che non rivedrà mai più.

venerdì 25 gennaio 2013

Tiber city

Sto fiume. Zozzo. Sto cazzo de fiume. Nisuno se domanna 'ndo va. 'O sanno. Va 'ndo deve annà. Come noi. Come tutti.
'Na notte stavamo a guardà de sotto. Er Sillaba, come ar solito, stava zitto. Me piace, dico, me piace vedello annà, 'sto fiume. Armeno lui.
Capirai che spettacolo, dice Forastico. A me me piace, risponno.
Pure a me, dice er Sillaba. Me piace tanto. Me pare 'no scivolo verso l'artro monno.
A Sillaba, faccio, erano armeno du giorni che nun se sentiva a voce tua, proprio sta cazzata dovevi dì? Forastico se mette a ride, io je do 'no schiaffetto dietro la capoccia, ma piano, perché je vojo bene a quer testa de cazzo. E zitto, che er Sillaba è 'n poeta. Che voi dì, Sillaba? Allora lui se leva er giacchetto, er majoncino, a camicia, insomma, se spoglia nudo, co solo le mutanne addosso. Ma piano, senza core, mette tutta a robba da na parte.
Fa freddo, che cazzo fai? dice Forastico. Ma faceva ride, secco secco, pareva na formica co e mutanne rosse, co quee braccine che non riusciva manco a faccese e pippe. Poi, er Sillaba sale sur parapetto, a ponte Mirvio. Noi sempre a ride. Daje, buttate, facce vede 'n ber tuffo.
Mica risponneva, guardava de sotto, poi davanti, poi n'artra vorta de sotto. Avevamo girato 'na canna sì e no, nun eravamo fatti, puro s'era tardi, 'e due, 'e tre. Stava in piedi sur parapetto. Nun parlava mai. Invece ha principiato, Er Sillaba.

venerdì 18 gennaio 2013

In punto di vita

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
 
"È curioso il modo che ciascun essere umano sperimenta nella venuta al mondo: per alcuni doloroso, per altri pericoloso, per molti emozionante oltre l’immaginabile. Potrebbe essere più semplice nascere da un albero, scendendo lungo il tronco e toccare terra o dall’aria, da una nuvola, da una linea di fumo che in un’età inaspettata inizia a incuriosirti perché crea forme tanto astratte quanto riconoscibili. Qualunque sia il modo giusto di venire al mondo è comunque sbagliato credere che sia quello il momento in cui tutto inizia.
Un (piccolo) uomo viene al mondo quando si alza in piedi da sé e barcolla, casca, si rialza faticosamente, quattro zampe, ponte e via. È proprio in punto di vita mentre ha tanti occhi puntati addosso che gli sorridono perché è finalmente in piedi, in quel momento sente di essere il più forte, è felice, e per un po’ gli basterà. Vive della condivisione di quel sorriso, un po’ stupido e un po’ incompreso. “Se loro ridono, rido anch’io.”

sabato 12 gennaio 2013

Mariangela Melato, lettrice

 
So di contravvenire alle regole che io stesso ho fissato non più tardi di ieri, ma c'è una piccola storia che devo raccontare.
Nel 1995 giravo L'avvocato delle donne, una miniserie per la Rai diretta dai fratelli Frazzi, la cui protagonista era Mariangela Melato. Interpretavo un personaggio fisso, seppure marginale, quindi ho lavorato spesso, per un paio di mesi, con la Signora Melato. Avevo, per lei, una grande ammirazione. Abbiamo scambiato poche parole, molta cortesia e consumato insieme un paio di pasti.
Avevo finito di scrivere 59 minuti, il mio primo e finora ultimo libro, ma non l'avevo fatto leggere a nessuno, vergognandomi e timoroso di un giudizio negativo, da qualunque interlocutore venisse.
Il penultimo giorno di riprese mi sono scoperto a mettere nella borsa, prima di raggiungere il set, insieme alle poche battute che avrei dovuto dire anche il manoscritto del volumetto, metà a macchina e metà a mano, leggibile sì, ma con una certa difficoltà. La sua precarietà era confermata da alcune inequivocabili macchie di nutella che all'epoca consumavo in quantità industriale.
Si girava al mare, a Fregene, in un clima di festosa nostalgia di quello che tutti, attori e tecnici, stavano per perdere: la paga e la reciproca compagnia.
Alla fine della lavorazione ho deciso che il manoscritto sarebbe rimasto nella borsa. Ho incontrato Mariangela che usciva dal camerino che le avevano allestito nella casa dove lavoravamo.
Hai una faccia strana, mi ha detto, ti dispiace che finiamo?

venerdì 11 gennaio 2013

Di nuovo attivo

 
Questo blog, come sapete, ha subito una lunga eclisse. Avevo bisogno e desiderio di ripensare al suo significato e l'esperienza del Blog Live, in tal senso, è stata piuttosto formativa.
A meno di clamorosi sviluppi per ora assenti dall'orizzonte, il futuro è piuttosto semplice: verrà pubblicato un post tutti i venerdì, mio o con la collaborazione dei lettori che invito di nuovo a spedire quello che concepiranno all'indirizzo mail che trovate sulla destra dello schermo.
Mi permetterò, come ho già fatto, di rieditare i contenuti che riceverò, rispettando lo stile dell'autore.
Potrò anche richiedere una riscrittura, qualora lo ritenessi necessario, o rifiutare la pubblicazione, considerando le necessità e i desideri della piccola comunità nata intorno al blog stesso.
Vi prego d'indicare sempre come vi volete firmare, se in forma anonima, sotto pseudonimo o col vostro nome e cognome.
Potrete commentare in ogni modo vogliate, sia su FB, che su Twitter che sullo spazio riservato ai commenti.
Sarebbe meglio che autorizzaste la pagina relativa al blog su FB a spedirvi gli aggiornamenti.
Questo post ha il solo scopo di testimoniare che Lettere agli Amanti è di nuovo attivo, e che lo rimarrà finché morte non ci separi. Anche oltre, se riuscirò a interagire con una tastiera in forma di entità incorporea. Sto facendo degli esercizi. Già scrivo mamma con la sola forza della mente. Sto provando anche con papà ma vengono solo delle inintellegibili striature grigie. I padri sono irrequieti.
 
A venerdì prossimo.
 

lunedì 17 dicembre 2012

Ciccio a guerra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

"Ciccio a guerra era una grande ala sinistra e mi faceva fare un sacco di gol. Era detto a guerra perchè quando lanciava la palla sulla sua fascia, correva come un indiano a cavallo e c'era battaglia. Nel centro dell'area, a me che ero 9, arrivavano diverse speranze e sogni, e spesso nella rete cadevano i tiri come tante spigole di un mare in tempesta.

Poi lasciammo entrambi il calcio, non per demerito ma perchè nelle nostre stazioni dell'anima vi erano tanti treni, e tanto era l'avidità di viaggiare che avremmo voluto prenderli tutti. Dopo diversi anni, non ancora vent'enni, c'incrociammo a Torino in fretta e furia, e ci accordammo per rivederci l'indomani con calma, a parlare delle nostre vite che erano cambiate. Io in teatro, lui a Torino in fabbrica. Così fu. L'indomani a piazza Castello fu accordato l'incontro a Teano.

La cosa però, nascondeva un qualche imprevisto. Manganelli, manifestanti e striscioni di non so quale protesta ci avvolsero senza farci incontrare, allora non c'erano ancora i cellulari, e applicammo la regola della stazione: dalle mie parti, quando qualcuno di noi si dava un appuntamento e arrivava tardi all'incontro, scattava t'aspetto al binario 1 della stazione. Il fatto però che il mio era un paese e vi era una sola stazione e un solo binario; a Torino, invece, Porta Nuova, Porta Susa e Lingotto. L'istinto mi disse Porta Nuova perchè la più vicina al campo di battaglia e corsi subito lì. Lo trovai al binario 1 come un'ala in attesa che la punta centrale si smarchi per dargli la palla. Ci abbracciammo e m'accorsi che piangeva e che con un fazzoletto si toccava la tempia.

mercoledì 17 ottobre 2012

L'uomo che arrossiva

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
 
"Come ti è venuto in mente?
Ho visto tante lacrime, su visi altrui, ma che appartengono a te. Le hai volute tu, le hai desiderate con tutto te stesso.
Ho sentito voci rotte dal pianto, voci da altri che però parlavano di te.
Strano, tu non parlavi mai di te. Arrossivi, al massimo, prima di rispondere ad una domanda. Fa strano vedere un uomo così grande arrossire; per questo eri buffo.
Lunedì sembrava una giornata d’estate, il mare era calmo. Si vedevano all’orizzonte, dietro la torre vecchia, alcune vele che sfidavano l’ottobre. C’era un leggero venticello, che ti ha fatto levare la maglia pesante; ti sei pure abbronzato le guance e il naso ti è diventato rosso.
Avrai, come al tuo solito, canticchiato Mina sottovoce, fischiettando anche, mentre gli altri non ti guardavano. Si sentiva il mare infrangersi sugli scogli e far friggere la schiuma bianca che si portava alla riva. Tu l’hai sentito.
L’hai sentito talmente forte che hai voluto vedere con i tuoi occhi in fondo alla scogliera.

domenica 16 settembre 2012

Roberto Roversi

È scomparso Roberto Roversi, un grande poeta italiano. È stato autore, tra l'altro, di una memorabile trilogia discografica con Lucio Dalla. Da "Automobili", il terzo disco della trilogia, ecco il testo di "Due ragazzi".
 
"Dentro a un'auto scalcinata
al margine di un campo
un'autodemolizione
Dentro a quest'auto abbandonata
due ragazzi seduti
fitti fitti fitti fitti fanno conversazione
La ragazza è carina
ha i capelli neri e corti
lui ha una faccia da faina
furba e divertente
si riparano dalla gente
lui la tiene stretta
e parlano parlano a voce bassa, in fretta
E' bello ascoltare
così, la vita che striscia
la vita strisciare adagio come un serpente annoiato
baciarsi dieci volte senza paura in un minuto
parlare di oggi, parlare d'amore, parlare domani
toccarsi con le mani
La vita è così vicina
ogni cosa è ancora da fare
il futuro è verde è freddo è profondo come il mare
tentano di toccarlo con i loro piedi
prima di decidersi, decidersi a buttare
Sei un topino bianco
Io io io
io ti ho trasformato in un angelo
con ali formidabili.
Tu lavavi stiravi le camicie
e io seduto in un angolo fumavo.
Guardami ancora con amore
lo so che sono vecchio
lo so che ho già vent'anni.
Ma - lei risponde - ti sposerei lo stesso
Io io io
anche se ti ho sempre detto
voglio andare a letto con un uomo
ma non so cosa fare
Tu mi dicevi: perché non prendi me?
Era un gioco
io io io
lo so che era un gioco
e non so cosa fare
perché adesso non voglio
che stare qua a guardarti ed ascoltare.
Dall'alto piove una neve verde
portata dall'ombra della sera
scoppiano tre stelle all'improvviso
enormi come un grande riflettore
sopra all'auto scalcinata
al margine di un campo
dentro a un'auto in demolizione
dove due ragazzi senza tempo
fanno l'amore."
 
Se volete ascoltare la canzone, dopo il salto il link.

lunedì 10 settembre 2012

Io, dov'ero?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
"Mi sono svegliato di notte per giorni e giorni, settimane. Mesi.
Una domanda feroce in testa: io, dov'ero?
Dov'ero quando hai aperto la finestra e l'aria ti ha accarezzato il viso?
Ho tutte le risposte: il motivo per cui hai aperto, perché il fresco non ti ha sferzato, perché il primo piede non é tornato indietro.
Ho tutte le risposte. Ma non quella.
Io, dov'ero?
Non intendo in quei giorni, mesi, anni.
Voglio dire proprio in quei secondi. E' stata un'ossessione. Ho ricercato nella memoria i precisi istanti. Ho lottato con la mente e i suoi meandri per scacciare quel pensiero, ma la domanda tornava sempre. Prepotente, in tutta la sua pochezza dinanzi all'enormità dell'accaduto.
C'é stato un momento in cui il piede ha poggiato sulla ringhiera e poi un istante di barcollamento e poi il mondo verticale è diventato orizzontale. Una partenza lenta ha fatto posto a una lenta, inesorabile accelerazione da cui non si torna più indietro.
E poi l'impatto.
Io, per giorni, non sono stato capace fissare i pensieri perché ogni tanto la domanda tornava. Io, in quei 20/30 secondi, dove ero? Cosa stavo facendo? In un’assurda paranoia di ricerca metodica ho passato ore a cercare di ricostruire i miei movimenti di quel giorno, ma nulla.
Io non so dov’ero.
Mentre tu volavi.
 
Poi ho capito.
 
Dopo molte immagini. Ma una su tutte: in coma, piangevi.
A occhi chiusi. Senza suoni. Piangevi. Mai saprò a che pensavi. O a chi.
Un corpo altro dal tuo, gonfio, lucido, lacerato e ferito da chi, con ogni probabilità, ti ha salvato la vita, lasciava uscire lacrime silenziose e limpidissime.
Delle cose che ho imparato, molte avrei voluto ignorarle: che i muscoli, con l'urto, si polverizzano. Che senza milza si può vivere. Che i polmoni collassano. Che in coma si può piangere.
 
Poi ho capito, dicevo.

mercoledì 1 agosto 2012

Il compleanno

Poco prima di Natale decide di non pensarci più. Temendo di diventare schiavo delle tre pasticche che prende tutte le mattine, le elimina, per sempre, pensa.
Nessun effetto, se non una riconquistata e serena accettazione della sua vita. Nessuna attesa di un miglioramento. Pian piano, si abitua a quei disturbi imbarazzanti che ha deciso di non contrastare.
 
La primavera lo coglie impreparato, una mattina tiepida e frizzante. Sgomento, si scopre con le pillole in mano, di nuovo.
È in bagno, alza lo sguardo verso lo specchio e non può fare a meno di notare come sia cambiato.
Il suo volto si è affilato, gli occhi sono più grandi, verdi, li ricordava nocciola. È mutato, non solo nella direzione prevista dal tempo e dalla forza di gravità, ma è accaduto qualcosa dietro la sua fronte che ha prodotto un nuovo essere. Si trova a contemplarlo, titubante ma con fiducia. Gli sembra che egli abbia alcune risposte e nuove domande che possono aiutarlo a usare meglio il suo futuro.
Ha ripetuto per anni, a sé stesso e ai suoi amici, che non è importante l'arrivo, la meta, l'obiettivo, ma il viaggio e il percorso per giungere al risultato. Che non è mai stabilito, ma sempre punto di partenza per un altro viaggio.
In sottofondo, una trama che inizia dal primo respiro e termina con l'ultimo. Differire l'arrivo, la fine, gli sembra ora gesto d'infinita e sciocca presunzione. Inutile, dannoso, con un prezzo altissimo, la paura, da pagare tutti i giorni.
Non ha ben chiari i motivi per cui lascia cadere le medicine nello scarico. Non è certo della bontà della decisione, ma non può fare altrimenti.
 
Il peggioramento, netto e inequivocabile, arriva in una delle enormi giornate che dispone l'estate.